IL CACCIATORE DI AQUILONI KHALED HOSSEINI PDF

Voglio saperlo. Probabilmente viveva in una grande casa di due o tre piani con un bel giardino e alberi da frutto. Naturalmente tutto recintato. Avevate servi, probabilmente hazara. I suoi genitori si facevano addobbare la casa in occasione dei mehmanis che davano per i loro amici.

Author:Yozshugor Meztirg
Country:Vietnam
Language:English (Spanish)
Genre:Education
Published (Last):16 December 2012
Pages:319
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ISBN:966-5-41313-280-8
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Voglio saperlo. Probabilmente viveva in una grande casa di due o tre piani con un bel giardino e alberi da frutto. Naturalmente tutto recintato. Avevate servi, probabilmente hazara. I suoi genitori si facevano addobbare la casa in occasione dei mehmanis che davano per i loro amici.

Gli invitati bevevano, si vantavano dei loro viaggi in Europa e in America. Migliaia di persone andavano e venivano lungo le gradinate di cemento. I bambini giocavano a rincorrersi nei corridoi e sulle scale. Passammo vicino a tre ambulanti che vendevano sigarette, pinoli e biscotti. Erano cartoline tratte da film indiani che mostravano attrici, completamente vestite, abbandonate in modo languido tra le braccia dei loro uomini.

Naturalmente i posti non erano numerati. Adesso era un disastro. In particolare notai un paio di buche profonde scavate nel terreno dietro i pali della porta meridionale. Finalmente le due squadre scesero in campo - tutti i giocatori indossavano calzoni lunghi nonostante il gran caldo - e la partita ebbe inizio. Era impossibile seguire il pallone nelle nuvole di polvere.

Sulle gradinate facevano la ronda giovani talebani che colpivano con la frusta chiunque esprimesse il proprio entusiasmo a voce troppo alta. I Toyota percorsero lentamente la pista come per permettere al pubblico di godersi lo spettacolo.

La gente allungava il collo, si metteva in punta di piedi, indicava i due passeggeri. Li aspettava un terzo Toyota con il cassone colmo di pietre. Improvvisamente capii il senso di quelle due buche dietro i pali della porta. Scaricarono le pietre. I soldati la rimisero in piedi, ma lei cadde di nuovo. Quando cercarono di rialzarla si mise a gridare e a scalciare.

Erano le grida di un animale selvaggio che cerca di liberare la zampa intrappolata in una tagliola. Arrivarono altri talebani e tutti assieme la costrinsero a calarsi dentro una delle buche. A quel punto i corpi dei due sporgevano dal terreno dalla vita in su. Dietro di lui, la donna nella buca continuava a gridare.

Fregatene di quello che dicono quelle scimmie presuntuose. Non sanno fare altro che contare i grani del rosario e recitare un libro scritto in una lingua che neppure capiscono. E che cosa dice Dio? Dio dice che ogni peccatore deve essere punito in modo conforme al suo peccato.

Non sono parole mie e neppure dei miei fratelli. Sono parole di Dio! Mi scoppiava la testa. Il sole era insopportabile. Come dovremo trattare coloro che sputano in faccia a Dio? Come dovremo rispondere a coloro che gettano pietre nei vetri della casa di Dio? Risponderemo con le stesse pietre! Un mormorio percorse la folla. Accanto a me, Farid scuoteva la testa.

Un uomo alto con le spalle larghe scese dal pick-up. Gli spettatori lo accolsero con grandi ovazioni. Questa volta nessuno venne frustato per aver acclamato a voce troppo alta. Quando si volse verso il settore dove ci trovavamo noi, vidi che portava occhiali scuri dalle lenti rotonde, alla John Lennon.

La donna continuava a emettere grida strazianti. Poi tornava al cielo. Tenni il rocchetto nella mano sinistra e srotolai una bracciata di tar. Ma Sohrab guardava un paio di aquiloni i cui cavi si erano aggrovigliati su nel cielo sopra gli alberi. Forse mi sarei coperto di ridicolo. Mentre correvo, lasciavo svolgere il rocchetto nella sinistra. Sentivo il filo che mi tagliava la carne scorrendo nel palmo destro. Mi fermai e mi girai. Guardai in su. Non lanciavo un aquilone da un quarto di secolo, ma improvvisamente mi parve di avere di nuovo dodici anni.

I miei gesti erano dettati da un antico istinto. Sentii accanto a me una presenza. Era Sohrab. Mi aveva seguito. Non disse niente. Con il viso rivolto al cielo. Qualcuno cantava, cercando di imitare la colonna sonora di un vecchio film indiano. Gli uomini anziani recitavano il namaz del pomeriggio genuflessi su un telo di plastica steso per terra. Avrei voluto che il tempo si fermasse. Poi mi accorsi che non eravamo soli. Un aquilone verde si stava avvicinando. Seguii il cavo e vidi che lo teneva un ragazzo a una trentina di metri da noi.

Vide che lo osservavo e mi sorrise. Mi fece un cenno con la mano. Risposi al saluto. Prese il rocchetto che tenevo nella sinistra. Lo sguardo vitreo e vuoto era scomparso. Il suo viso era leggermente accaldato. Ora ti mostro uno dei famosi trucchi di tuo padre, la virata con picchiata. Il rocchetto si svolgeva veloce nelle sue mani, i tendini dei polsi feriti erano come corde di rubab. Chiusi gli occhi e per un attimo le mani che tenevano il rocchetto mi parvero quelle callose e con le unghie spezzate di un ragazzo dal labbro leporino.

Sentii il gracchiare di un corvo. La neve cadeva silenziosa dai rami degli alberi coperti di bianco. Sentivo odore di qurma di rape. Di more secche. Di arance amare. Di segatura e castagne. Il silenzio della neve era assordante. Teneva la sua posizione. Una mossa perfetta. Dopo tutti quegli anni. La famosa trappola della virata con picchiata. Allentai la presa e diedi uno strattone al filo. Troppo tardi. Il trucco di Hassan aveva funzionato anche questa volta.

Tirai il filo con forza e il nostro aquilone scese in picchiata. Mi sembrava quasi di sentire il rumore del nostro tar che segava il suo. Dietro di noi la gente ci acclamava con fischi e applausi. Io ero senza fiato. Guardai Sohrab. Un angolo della sua bocca si era impercettibilmente sollevato.

Un sorriso. Abbozzato, ma pur sempre un sorriso. Il vento gli scompigliava i capelli. Mi parve di vederlo annuire.

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